Senzatitolo: episodio #03

Copertina dell'episodio numero 3 di Senzatitolo, un racconto di Adriana Anselmo.

La stanza degli specchi, così l’aveva battezzata appena entrata, le ricordava il grande atrio nero e scuro che l’aveva accolta, lì era rimasta seduta per giorni prima che si decidesse a prendere le scale per salire al piano di sopra.

A differenza della stanza, l’atrio era composto di pareti nere e lucidissime che non riflettevano l’immagine nitida di chi l’attraversava. Quegli specchi erano proprio degli specchi, lucidi, nitidi, che ricoprivano tutte le pareti, compreso soffitto e, soprattutto, pavimento.

Camminare su un enorme specchio le dava un senso di vertigine. La stanza sembrava immensa anche se di fatto era piccolina e poco illuminata. Non si sentiva a proprio agio ma, allo stesso tempo, non voleva uscirne. Camminava in tondo, ogni tanto perdeva l’equilibrio ma lo riacquistava un attimo prima di finire per terra. Pensava che non era una buona idea quella di girare in tondo, prima o poi sarebbe finita per terra, ma non smetteva, probabilmente per lo stesso insensato motivo che la portava a rimanere in un luogo così poco ospitale.

Andrea sorrideva osservandola, percepiva il flusso dei suoi pensieri. Rebecca sapeva che la fissava intensamente e sorrideva senza dire una parola. Andrea la leggeva dentro. Lo faceva sempre. Lo faceva da sempre. Avrebbe voluto fargli una domanda, forse più di una, ma si trattenne, tanto non avrebbe ottenuta risposta o, al massimo, le avrebbe sciorinato qualcosa del tipo che la risposta è solo dentro sé stessi. Ne era consapevole, ma in quel momento avrebbe voluto ascoltare altro. Le sue domande erano tante, troppe per una testa sola. Non riusciva a smettere, era più forte di lei pensare continuamente.

“Ma quante stanze ci sono in questa casa?”

Nessuna risposta.

“Da fuori sembra una vecchia casa coloniale, piena di salotti ed arredata in modo classico, quasi antico. Ed invece, ho visto appena tre stanze completamente diverse tra loro, di cui due senza logica almeno per una casa. Come è possibile tutto questo?”

Nessuna risposta.

“Come può essere mia una cosa che non ricordo di aver comprato, ereditato, ricevuto in regalo?”

Non era riuscita a trattenersi dal chiedere, ma, come immaginava e come succedeva quasi sempre, non ebbe soddisfazione alle sue domande.Iniziava ad innervosirsi. Andrea stava quasi sempre zitto e quando parlava era sempre così enigmatico ed ermetico, sorrideva, sempre, la osservava continuamente. Iniziava a sentirsi presa in giro. Nessuna parola, non arrivava niente di niente ed il suo passo si faceva sempre più nervoso. Lui la guardava, in piedi, immobile, silenzioso, sorridente.

“Non mi muovo di qua finché non dici qualcosa, uffa!”

Andrea si sedette pacatamente sul piccolo pavimento in specchio, come se le sue parole fossero un invito a mettersi comoda perché sarebbero stati lì ancora un po’. Rebecca fece lo stesso. Si sedette. Di colpo, così di colpo che per un attimo temette di aver rotto il pavimento. Era arrabbiata. Era terribilmente arrabbiata. Si guardavano fissi, quasi si stessero sfidando guardandosi dritti negli occhi. Questo il pensiero di Rebecca. Andrea invece aveva semplicemente intuito che sarebbero stati lì ancora un po’ ed aveva deciso di sedersi.

Iniziò a guardare più attentamente la sua immagine riflessa. Gli occhi, le rughe, la pelle grassa, i punti neri, i capelli indefinibili, forse peggio del solito. Si riconosceva ma non del tutto, si piaceva ma non del tutto. Rimase immobile assorta tra i suoi pensieri, come davanti alla tazza di tè.

“Magari l’illuminazione mi arriva guardandomi intensamente. Con il tè non ha funzionato granché, ma cosa vuol dire, io sono decisamente meglio di una tazza di tè bollente.”

Consapevole di pensare sciocchezze, sorrise, si rilassò e decise di andare a vedere se la tazza di tè era ancora lì, come le altre volte. Si alzò di scatto senza dire niente, senza invitarlo a seguirla, era consapevole che non l’avrebbe mai lasciata da sola. Se da un lato, apparentemente, provava fastidio, dall’altro la faceva sentire al sicuro. Qualsiasi errore avesse commesso, non sarebbe mai stata sola.

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