Senzatitolo: episodio #05

Copertina dell'episodio numero 5 di Senzatitolo, un racconto di Adriana Anselmo.

Improvvisamente non esiste. In realtà quello che definiamo improvvisamente è il frutto di un lavoro continuo e costante, di cui ad un certo punto vediamo il risultato. Non siamo abituati a ragionare in termini di interconnessione.

Rebecca lo aveva capito solo molto dopo essere arrivata in quel parco. Pensava di esserci finita improvvisamente e non capiva come avesse fatto e, soprattutto, cosa ci facesse lì. Quando vide Andrea la prima volta, le fu subito chiaro che quella gita fuori porta, come l’aveva definita all’inizio, non sarebbe durata poco.

Lo conosceva da un po’, non lo aveva mia visto di persona, non lo aveva mai avuto davanti agli occhi. Incontrò Andrea per la prima volta nel parco. Era più alto, più grande, forse. Non ne era sicura. Dall’aspetto sembrava anzi più giovane, mentre nel modo di parlare sembrava un vecchio e saggio profeta. Rebecca non gli aveva mai chiesto l’età, non le importava saperlo. Si conoscevano da sempre, nell’essenza dell’esistenza, il resto erano solo inutili dettagli. Lui non gliela disse mai. Di suo a malapena rispondeva alle domande che gli venivano fatte, figuriamoci perdere tempo a rispondere a quelle che non venivano neanche formulate.

“Ciao”

“Benvenuta”

“Dove sono? E come ci sono finita qui?”

Andrea sorrise, mentre la guardava in un modo così profondo da farla sentire quasi nuda, come se il suo sguardo potesse attraversarla, guardarle dentro. Rebecca non lo sapeva, ma quello sarebbe diventato il loro modo di comunicare: lei pone domande a cui lui non risponde e se risponde niente si chiarisce, anzi.

“Cominciamo bene. Posso sapere qualcosa oppure rimaniamo qui a guardarci senza proferire parola?”, chiese con il suo tono un po’ acido e nervoso. E mentre aspettava la risposta, che sembrava proprio non sarebbe arrivata a breve, decise che già che era lì, invece di stare ferma, poteva ammirare quel parco meraviglioso che comprendeva ogni genere di pianta. Non aveva mai avuto il pollice verde e non sapeva curare le piante, ma le piacevano. In particolare quelle sembravano vive in un modo indescrivibile: a guardarle si aveva la sensazione che ognuna avesse una storia.

Rebecca credeva alle sue sensazioni. In genere non l’avevano mai tradita. Iniziò a camminare e lui la seguì. Non sapeva quanto tempo era passato girovagando in quei viali puliti e ordinati. Ad un certo punto tentò di nuovo. Si fermò di colpo, si girò di scatto e gli chiese, sempre con lo stesso tono, forse un po’ più nervoso, se avesse cortesemente voglia di rispondere alla sua domanda. Andrea sorrise e Rebecca, nota tra tutti i suoi amici per non essere una persona paziente, si innervosì del tutto.

Non aveva fretta di andarsene e non si preoccupava di far sapere dove fosse finita, le dava proprio fastidio non capire cosa stasse succedendo, sembrava che la sua vita non fosse più sua. Andrea riprese a camminare, lasciandola indietro. Non la invitò ad andare con lui, tanto sapeva che l’avrebbe fatto. Rebecca osservava il suo passo lento e calmo, costante e ritmico, in un qualche modo le dava sollievo, le trasmetteva la sensazione che non c’era fretta che tutto sarebbe stato chiaro al momento giusto, e improvvisamente si rilassò.

In quel preciso momento ebbe la sua prima conferma: Andrea si voltò e le sorrise, un’altra volta, ed in quel sorriso lei ci lesse un “È proprio così, ogni cosa a suo tempo”. Loro si parlavano da sempre con il cuore. Ecco perché lui usava poco le parole e quando lo faceva non erano mai a caso. Sebbene Rebecca lo sapesse, capitava a volte che la sua impazienza glielo facesse dimenticare, accadeva lo stesso in situazioni altrettanto importanti.

Riprese a camminare per raggiungerlo. Lui l’aspettò e ripresero la loro passeggiata nel parco uno affianco all’altra.Rebecca si rilassò del tutto, distese i nervi e la testa, godendo di quei colori e odori.Andrea iniziò a parlare.

“Questa è opera tua. Ogni pianta che vedi l’hai creata tu.”

Si fermò incredula ad ascoltare quelle parole ed il suo primo pensiero fu che neanche distingueva una pianta da un’altra figuriamoci seminarle e farle crescere. Per lei erano delle bellissime piante ed i fiori avevano bellissimi colori, oltre non sapeva andare. Andrea sapeva perfettamente cosa le stava passando per la testa ed aggiunse solamente

“Non guardare con gli occhi, vai oltre.”

“Se la tua spiegazione è tutta qui, abbiamo già un notevole problema perché io non ho capito proprio niente.”

“Non puoi capire se non fai come ti dico: non guardare con gli occhi, vai oltre.”

“Ed esattamente come si attuerebbe questa cosa?” chiese acidamente.

Erano fermi l’uno davanti all’altro. Andrea si voltò e riprese a camminare. Rebecca era consapevole di essere stata molto scortese e di non essere affatto propensa ad ascoltare discorsi filosoficamente difficili. Soprattutto non aveva voglia di chiedere scusa per il suo modo. Si sedette per terra, rimase sola. Andrea continuava a camminare non curante del fatto che si fosse fermata.

“Il parco non è chissà quanto grande, prima o poi ripasserà qui davanti” pensava seduta, appoggiata al recinto di un’aiuola. Una foglia di una pianta, sporgendo oltre il limite artificiale fatto di ferro e legno, le accarezzava il viso. Sembrava proprio che quella pianta volesse consolarla, che il parco le dicesse “ci sono io e non sei sola”.

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