Senzatitolo: episodio #02

Copertina dell'episodio numero 2 di Senzatitolo, un racconto di Adriana Anselmo.

Non aveva ancora capito se l’arredamento di quella stanza le piacesse, quello di cui era invece sicura è che da lì non avrebbe voluto andare via. Il motivo non le era chiaro, non ancora.
Il clima era piacevole. Il sole freddo filtrava dalla finestra ad illuminare quella stanza così atipica.

Era tutto ricoperto di stoffa: le pareti, il soffitto, persino il tavolo. Anche il divano e le poltrone, così come le sedie. Anche il resto della stanza era decisamente particolare: tutto ricoperto da grandi motivi floreali rosa magenta e verde scuro, su questo sfondo di cui non riusciva a percepire il colore. Eppure lei era brava con i colori, li coglieva al volo.

Avrebbe voluto capire le persone come le accadeva con i colori.

Quel colore di fondo sembrava vivo, sembrava mutare ad ogni sguardo: un attimo beige ed un altro verde chiaro, a volte di un azzurro carta da zucchero, pastello pallido, altre di un bianco sporco difficile da capire.

Era stata in quella stanza a lungo, c’era tornata diverse volte, ma il colore di fondo di quella stoffa rimaneva un piccolo grande mistero.
Fissava la tazza colma di tè davanti a lei. Ecco, l’unica cosa che non era ricoperta di stoffa era la tazza. Riportava gli stessi motivi floreali rosa magenta e verde scuro, su sfondo bianco. La tazza spiccava su tutto, il bianco luccicava e non poteva sbagliarsi, era bianca e di porcellana. Era una semplice tazza di fine porcellana, eppure sembrava davvero strana in quella stanza.

Osservava il liquido arancione scuro all’interno, fumante. Il tè era caldissimo. Lei quel tè non lo aveva mai bevuto. Lo osservava, era sempre caldo, fumante. Tutte le volte che tornava, aveva la certezza che non avrebbe capito il colore della stoffa e che la tazza di tè bollente l’avrebbe aspettata sul tavolino, fumante come appena versato.
Andrea la fissava senza proferire parole. Sorrideva. Amava guardarla assorta nei suoi pensieri, seduta su quel divano che le piaceva tanto, così morbido e accogliente. Gambe accavallate, protesa in avanti, gomiti appoggiati sulle ginocchia ed occhi fissi sulla tazza. Sapeva che da lì a poco si sarebbe gustato quel momento fino in fondo e lo assaporava sorridendo.

Rebecca era troppo assorta per sentire il suo sguardo addosso. Qualcosa dentro la rendeva irrequieta, non la lasciava tranquilla.

“Per quale motivo questa stanza è così? Perché l’ho arredata così? Dovrei conoscere questa casa in ogni dettaglio e non mi ricordo niente ed ogni nuovo spazio sembra che non lo abbia mai visto prima.”

Così, arrovellata nei suoi pensieri, alzò lo sguardo dalla tazza per incontrare quello sorridente di Andrea. Avrebbe voluto fargli delle domande ma le parole non incontravano la voce, forse perché sapeva che le stava leggendo dentro e che non avrebbe comunque dato sollievo ai suoi quesiti tanto facilmente. Si parlavano senza aprire bocca, bastava guardandosi, si intendevano alla perfezione. Era sé stessa che doveva comprendere. Per quello era entrata lì, in quella casa.

“È arrivato il momento che fai questo passo.”

“È enorme mi perderò.”

“Non succederà.”

Con gli occhi fissi su di lei, Andrea pensava che da quell’istante in poi non ci sarebbe più stato bisogno di spronarla, di convincerla. Farla uscire dal parco per entrare in quel luogo e, soprattutto, farla spostare dall’immenso atrio e farle salire le scale erano risultate le azioni più difficili in assoluto da quando la accompagnava in quel viaggio. Ora aveva la certezza che tutto sarebbe avvenuto da sé, in modo naturale e spontaneo, un passo alla volta.

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