Aprile 2015.

Non mi ricordo la data precisa, non avrei mai pensato che quell’evento avrebbe cambiato così tanto la mia Vita. Sembrava un giorno come un altro.
Un giorno un po’ triste, in cui le lacrime non tardarono ad arrivare. Pensavo sarebbe stato come al solito, uno sfogo, avrei pianto un po’ mi sarei sciacquata la faccia e sarei tornata al lavoro.

Ero in laboratorio, il vecchio lavoro, in mezzo ai plotter. Mi ricordo solo che era metà aprile, forse verso la fine.
L’agitazione per il lavoro che sarebbe arrivato nella prossime settimane era tanto. Ci attendeva Slow Fish 2015, il che voleva dire una settimana di lavoro super intensa.

Non riuscivo a smettere di piangere.

Ero già ciclista urbana e non sapevo che fare: andare al pronto soccorso in bici? Tornare a casa e cacciarmi a letto? Chiamare qualcuno?
Ho chiamato la mia migliore amica dell’epoca che mi consigliò di andare al pronto soccorso. Come facevo in bici? Pedalare in quello stato mi pareva impossibile. Mi sembrava tutto esagerato, andare al pronto soccorso per qualche lacrima.

Ma non riuscivo a smettere, c’era qualcosa in quel pianto che non era come al solito, volevo smettere e non sapevo come fare.
Nel mentre rientrarono tutti dalla pausa, così mi decisi di chiedere ad un mio collega di accompagnarmi in scooter al pronto soccorso.

Al triage l’infermiera mi chiese cosa avessi, la mia risposta non lo so, non riesco a smettere di piangere. Mi fece passare in codice giallo, mi visitarono quasi subito la psichiatra e la specializzanda, mi diedero dieci gocce di en. Qualcosa di più forte si può avere? Voglio spegnere la testa.

A fine aprile 2015 ebbi il mio primo esaurimento nervoso.

Da quel giorno ci sono state alcune ricadute, ma mai così, non così forti. Di quei giorni ricordo che non vedevo nessuna via d’uscita, non sentivo speranza, non avevo progetti, ci sono stati momenti in cui non avrei neanche voluto sopravvivere.
Non ho mai pensato direttamente al suicidio, ma mi è capitato spesso di pensare che non sarebbe stato poi così male addormentarmi e non svegliarmi.

Mi sentivo schiacciata ed in colpa. Come potevo pensare certe cose? Praticavo da anni, come ero finita in un buco nero di quelle dimensioni?

Mi diedero dieci giorni di mutua, ne feci tre. Questa cosa l’ho scontata mesi dopo.
Sono tornata al lavoro perché c’era una consegna grossa e non potevo non andare. Adesso so che se la sarebbero cavata lo stesso, ovviamente, ma non volevo ammettere a me stessa di stare male.
Ho lavorato e pianto, senza perdere neanche un metro quadrato in consegna. Dirigevo tutto, davo indicazioni ai miei colleghi e non smettevo un attimo di piangere. Passate quelle settimane, ne feci un paio a metà giornata, ero ancora più esausta.

Il brutto di queste situazioni sono i commenti del tipo cosa hai da piangere. Ci sono malattie che non si vedono, non si toccano, non ne mostri i segni addosso, non in modo evidente, e qualcuno decide che non esistono.
All’epoca mi consigliarono gli psicofarmaci e una visita da un neuropsichiatra.
Mi ricordo l’ansia di andare alla visita come se fosse ieri. Il sentirmi pazza. Il dottore mi disse che non ero né pazza né depressa, solo un po’ esaurita, come avere le pile scariche.
Ho comprato gli psicofarmaci ma non li ho mai presi. Ho pensato di usare prima la pratica buddista e vedere cosa sarebbe accaduto.
Volevo pedalare e quelle medicine avrebbero comunque influito sui miei riflessi: non volevo rinunciare alla bici.
Mi consigliarono anche la psicoterapia, che però iniziai mesi dopo.
Non era facile capire cosa non andava in me. Mi sentivo sbagliata. Non stavo lottando contro un cancro, una malattia visibile fisica. Ero la prima a pensare che stavo esagerando come il mio solito.

Sono scesa all’inferno e ne sono tornata, ma quello che le persone non sanno è che ogni giorno è una lotta.

Non ho più pianto così. Ad un certo punto, non so quando, mi sono accorta che non ero più disperata, che anche nei momenti più difficili trovavo sempre la speranza, la voglia di reagire, la soluzione, la forza.
Rimane la lotta quotidiana, quella contro i miei demoni, quelli che mi dicono costantemente che non valgo abbastanza, che non sono abbastanza.

Ed è arrivato il momento di smetterle di combatterli, perché continuare a farlo mi ha fatto solo stancare. È arrivato il momento di fare l’unica cosa che ancora non ho fatto: abbracciarli, perché fanno parte di me.

Le mie paure sono parte di quello che sono e continuare a lottare è stupido.

Ho paura di moltissime cose, dalle discese in bici al non essere amata, ho paura di non essere abbastanza brava qualunque sia la cosa che sto facendo. Ho paura che se lascio andare la corazza, se me la levo, andrò in pezzi.

Sono diversi giorni che piango molto. C’è qualcosa dentro di me che non mi dà tregua. Una volta ho sentito dire che questo qualcosa si chiama condizione umana. Se voglio vivere, ed io voglio vivere, posso solo accettarla, nella sua totalità.

Questi giorni di quarantena per me sono stati un massacro, ma non per quello che le persone si immaginano. Non è il lavoro. Ho imparato che i soldi si trovano, i lavori si cambiano. Sicuramente la situazione è difficile e complicata per tutti e per ognuno in modo diverso, ma per me non è questa la vera questione.
Mi sono guardata dentro come non avevo più avuto il coraggio di fare e mi sono messa in gioco. Ogni volta che ho pianto ho pensato a quei giorni, a quell’aprile del 2015. Ogni volta ho avuto paura di essere tornata a quel momento ed ogni volta mi sono risposta che ora sono un’altra persona.

Sono diverse le occasioni in cui ho raccontato di quel periodo. Alcune persone che avevo vicino all’epoca neanche si erano accorte di quello che stavo passando. L’ho raccontato in diverse occasioni ed ogni volta mi sembra la storia di qualcun’altra, tanto è lontana per certi versi, per altri sembra oggi.

Quel giorno ha cambiato la mia Vita perché ne ha modificato l’approccio completamente.

Ho cambiato il mio modo di reagire alle cose e alle persone, non ho mai più permesso che mi mettessero i piedi in testa, non ho mai più permesso che mi mettessero in discussione. Solo io, tra me e me, posso farlo e trasformarmi completamente ogni volta che lo sento necessario. Le altre persone devono solo rispettarmi.

Ma da quel giorno ho messo addosso una corazza, non me ne sono neanche accorta. L’ho costruita piano piano, era lecito farlo, la ragione mi diceva che era giusto proteggersi.

Un conto è proteggersi un conto è non far entrare nessuno nella tua Vita.

Ci sono momenti in cui i propri limiti, i propri errori escono violentemente fuori, emergono con forza e non puoi più continuare a nasconderli e a nasconderti. Oggi è uno di quei giorni.

Sono passati 5 anni, è arrivato il momento di fare un passo in avanti e sono terrorizzata. Non è come cambiare lavoro, non è come cambiare casa. Queste cose sono facili, si fanno. È guardarsi dentro ancora un po’, piangere quel che c’è da piangere, sapendo che qualsiasi cosa accadrà ancora una volta non sarà a caso.

Posso anche decidere di stare come sto, nessuno mi obbliga. Il fatto è che io non voglio vivere una Vita dove non ho dato il massimo, dove non ho agito al meglio di me.

È arrivato il momento di abbracciare i miei demoni, levarmi la corazza e amarmi per come sono, questa volta sul serio.

Vorrei chiudere con una frase ad effetto, perché ho iniziato a scrivere senza sapere cosa avrei fatto di queste parole ed ho concluso decidendo di pubblicare.

Questo blog parla di felicità e Voi che leggete potreste pensare che questa storia di felice ha ben poco e che tra queste pagine stona non poco. Non ho frasi ad effetto, credo però che sia importante comprendere che la felicità non è una stato di estasi perenne, distaccata da tutto.

La felicità è nella Vita di tutti i giorni, nei nostri passi quotidiani. La felicità rimane una scelta personale che nessuno può portarci via.

Oggi sento fatica. Ero a letto dopo aver pianto un po’ oggi, mi sono tirata su ed ho iniziato a scrivere. Mentirei se scrivessi che ora mi sento felice a prescindere da tutto, in questo preciso momento mi sento schiacciata e stanca, impaurita è la parola migliore per descrivermi.

Posso fare due cose: non fare niente oppure agire al meglio.
Non fare niente mi condanna sicuramente all’infelicità. Agire al meglio mi ricorda ancora una volta che per essere felici ci vuole coraggio e voglia di costruirsela una vita felice.

Non so da dove cominciare, quindi inizierò dalle cose più semplici: andare a dormire e domani fare una lunga colazione, coccolarmi, praticare, studiare e fare tutte quelle cose che mi fanno sentire bene. Un passo alla volta si scalano le montagne, un colpo di pedale alla volta si arriva in cima alla salita. Senza fretta, con la pazienza e la testardaggine di un asino. Attraverso il guado, divento elefante.

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